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figlia, questa è quella che è nata. E tu alza la testa, Angela, fatti vedere, di' ciao alla
signora, di' ciao a quella regina. Mi somiglia, vero, Italia? Ha quindici anni, ha il
sedere un po' grosso. È stata magra magra, e adesso da un anno ha il sedere un
po'grosso. È l'età. È una che mangia fuori pasto, e non si allaccia il casco. Non è
perfetta, non è speciale, è una come tante. Una a caso nel mondo. Ma è mia figlia, è
Angela. È tutto quello che ho. Guardami, Italia, siediti su questa sedia vuota che ho
dentro, e guardami. Davvero sei venuta a riprendermela? Non ti muovere, voglio
dirti una cosa. Voglio dirti cosa è stato. Quando tornai indietro e ripresi le orme che
avevo lasciato. Non avevo più emozioni, non avevo dolore, non avevo conforto. Ma
Angela è stata più forte di me, più forte di te. Voglio dirti cos'è l'odore di un neonato
in una casa, è qualcosa di buono che si attacca alle pareti, si attacca dentro. Mi
avvicinavo alla sua culla, e restavo lì, accanto a quella testa sudata. Si svegliava e
già rideva, si succhiava un piede. Mi guardava fissa con lo sguardo sfondato dei
neonati. Mi guardava come te. Era come una stufa, era benefica. Era nuova e
crocchiante, era un regalo. Era la vita. E io non avevo il coraggio di stringerla. Un
aereo sta passando nel cielo, tra poco atterrerà. C'è una donna che piange, lì sopra.
Una donna di cinquantatre anni, un po' ingrassata, con una piccola borsa di pelle
sotto il mento, quella è mia moglie. Il suo odore è invecchiato nel mio naso. Sta
guardando una nuvola, sta guardando sua figlia. Taglia quella nuvola, Italia,
tagliala come una cicogna. Restituiscimi Angela.
«Professore...»
Mi alzo in piedi, e non mi sono mai alzato nella vita.
«Stiamo chiudendo.»
«I parametri?»
«Normali.»
Ho il cuore che vuole uscire dalle guance, il singhiozzo nelle mani. E sto
facendo un po' di pipì. Prendo un braccio di Ada e lo stringo, è l'ultimo pezzo di
silenzio.
Poi è il caos delle emozioni, dei rumori che tornano tutti insieme. Tornano le
voci, i camici, le porte che si aprono. Alfredo ha il camice sporco di sangue. È la
prima cosa che vedo. S'è tolto i guanti, ha le mani bianche. Con quelle mani mi viene
incontro.
«Ci ho messo un po' di più, ho avuto dei problemi con la dura, si è contratta, ha
sanguinato troppo, ho faticato a coagulare.»
Ha la cuffia fradicia, i segni della mascherina intorno alla bocca, e una faccia da
matto. Parla svelto, s'impappina.
«Speriamo che non ci sia una lesione assonale diffusa, che nell'impatto la
compressione del cervello non sia stata devastante...»
Annuisco con il respiro.
«La state valutando?»
«Sì, ho detto a Ada di provare a superficializzarla, ci vorrà un po' di tempo.»
La tua testa bendata scivola sotto verso la rianimazione. L'infermiere spinge la
barella adagio, con cautela. Ora sei tra queste pareti di vetro. Guardo i tuoi occhi
chiusi, e il lenzuolo che si muove sul tuo petto. Guardo se respiri. Ada ti ha staccato
dal respiratore, ti ha tolto l'anestetico, sta cercando di riportarti un po' a galla per
vedere che succede. Si muove intorno a te, ai tuoi tubi, con una premura speciale. È
pallida, tirata, ha le labbra secche. «Vada» sussurro. Obbedisce a malincuore. Ora sei
di nuovo con me, Angela. Siamo soli. Ti carezzo il braccio, la fronte, carezzo tutta la
pelle libera che hai. La tua testa è posata su questo sostegno a forma di Krapfen, è
necessario che tu rimanga così. I muscoli del collo devono restare tesi per evitare
ogni compressione del circolo venoso. Bisogna che la testa rimanga sopra il livello
del cuore. Hai le orecchie marroni di disinfettante, un po' di asfalto nelle guance, non
ti preoccupare, quello viene fuori da solo, il resto te lo tolgo io con il laser. Per la tua
festa ti compro un cappello. ti compro cento cappelli. I tuoi amici ti verranno a
trovare, ti troveranno buffa con questa benda. Ti invidieranno perché salti la scuola.
Ti porteranno la musica sul letto. Ti porteranno anche una sigaretta. Te la porterà
quello piccolo, quello stronzetto con i capelli rossi, quello che ti arriva alla spalla. È il
tuo fidanzatino quello? Mi piace, mi piacciono i suoi capelli. Mi piace tutto quello
che piace a te. Affitterò i pattini, sai. Neri, pieni di ruote come i tuoi. Voglio pattinare
con te sui viali nelle domeniche ecologiche. Voglio cadere, voglio farti ridere. Hai
uno strano singhiozzo nel petto. Ti riattacco al respiratore, non ti muovere. Invece ti
muovi. Mi stringi la mano.
«Mi senti? Se mi senti, apri gli occhi, amore. Sono io, sono papo.»
E tu li apri, li apri senza fatica, come se fosse semplice semplice. Snudi il bianco
e il nero degli occhi e mi guardi.
Ada mi arriva alle spalle:
«Cosa c'e?» Forse non se n'è accorta, ma ha gridato.
Non smetto di guardarti, di sorridere nel bagnato.
«Ha reagito» dico, «mi ha stretto un dito.»
«Potrebbe essere solo un riflesso di prensione forzata...»
«No, ha aperto anche gli occhi.»
Alfredo si è cambiato. Si è lavato, si è pettinato. Sembra un atleta che ha vinto
una gara. Ha cuffie di plastica sulle scarpe da fuori.
«La pressione endocranica, l'anemia acuta, l'arresto cardiaco... non pensavo
davvero.»
«Lo so.»
«Ho sperato.»
«Hai sperato bene.»
Si curva su di te, ti stimola, controlla le tue reazioni. Tu apri gli occhi un'altra
volta. E ora mi sembra di riconoscere il tuo sguardo buffo, indolente. Alfredo
controlla i farmaci sulla tua scheda, è meglio tornare a darti un po' di anestetico, per
le prime ventiquattr'ore bisogna lasciarti tranquilla. Poi se ne va, per come è lui, [ Pobierz caÅ‚ość w formacie PDF ]

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